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Che cos’è

Oltre l'iconografia classica di "Che cos'è il coaching"

Agli inizi degli anni ’60 del secolo scorso, la mia famiglia si trasferì in Toscana dall’Emilia Romagna. Avevo 5 anni, tanto tempo libero e voglia di esplorare. Feci amicizia col mezzadro vicino di casa, a tal punto che a volte mi alzavo alle cinque per andare ad aiutarlo a mungere le mucche, che poi venivano attaccate al carro, ci portavano al campo dove venivano attaccate all’aratro per l’aratura.

Molti anni dopo mi trovavo sulle Apuane ad insegnare la potatura dell’olivo. Qui ho imparato una cosa: fai e poi parla. Sì, avevo persone che non volevano filosofia o slide, ma volevano capire dove mettere le forbici. Lo facevo vedere e dopo, solo dopo, spiegavo perché quel ramo e perché quella particolare biforcazione.

Lì ho imparato il classico “ma noi s’è fatto sempre così”. Al che chiedevo come lavorassero la terra. Alla parata di trattori e trattorini con aratri e aratrini esibiti come… vabbè lasciamo stare, dicevo allora “ma i vostri nonni lo facevano coi buoi o coi cavalli!”. Confortante silenzio e si riprendeva a potare.

Arriviamo ai nostri giorni. Oggi la competizione è dura e bisogna un po’ studiare e sudare. Ma ho capito una cosa: se guardo cosa non mi piace e propongo quello che mi piace, almeno trovo persone che mi piacciono. Forse un po’ semplicistico come concetto, ma provo a spiegarmi meglio.

Se cercate “che cos’è il coaching” troverete sicuramente su Google ampie spiegazioni sul fatto che sia un processo, in cui esiste la relazione fra coach e coachee in cui, sfruttando le risorse del secondo, lo si aiuta a raggiungere gli obiettivi, bla bla bla (semplifico).

Tutti fanno così. Io preferisco, con difficoltà spesso, cercare di fare capire cosa posso fare io per te.

1. Demotivarti. Nel senso che spesso e volentieri ti faccio scoprire che le leve che ti motivano sono in realtà inibitorie, per cui o non riesci a raggiungere il tuo obiettivo, o lo raggiungi e ti accorgi che non era poi proprio quello che volevi.

2. Aiutarti a mettere l’attenzione su quello che veramente ti muove e ti motiva.

3. Rimuovere quelle infrastrutture che ti impediscono letteralmente di mettere l’attenzione dove devi.

4. Farti prendere decisioni migliori.

5. Farti lavorare su quello che veramente sei, rispettando i tuoi valori.

6. Farti conoscere la tua migliore configurazione, quella che ti permette di realizzare con naturalezza tutto quanto ti ho elencato qui sopra.

Non è come si è sempre fatto, non è come faceva tuo nonno: è come facevi quando eri bambino. Quando sapevi cosa volevi, eri te stesso e funzionavi sempre al meglio.

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